De Rerum Natura- ovvero: la Definitiva Fine di Tutte le Cose

13 08 2009

Naturam canete mi Musae rerum,
etiamsi Iuppiter ipse negat.
Ego haec peto a vobis, morem
iustum canere mi date, quia
mundum pagliacces vastaverunt.
Infandum Musae iubetis renovare dolorem,
victi a victoribus sumus;
actores pagliaccesque imperant nunc.
Somnium imperii colligendi se perdidit.”


CAPITOLO I – LA NASCITA DELL’IMPERO


“Res Sarmatica stat moribus viribusque antiquiis.”

Questa è l’esposizione delle azioni di Federico Casella e Gabriele Conni, perché gli eventi accaduti non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, subdole e malvagie, compiute, non restino senza fama; in particolare, per quale causa furono fautori di cotanta guerra.

Tutto deve iniziare con un preambolo che forse alla maggior parte dei lettori può non interessare, pertanto chi non se la sente di leggere questo capitolo che non spiega ciò che vogliono sapere o leggere, lo salti andando al secondo ma lo avviso che alcune cose non riuscirà a capirle per via dei continui richiami all’indietro a questo capitolo (prof. Perrotta docet); ebbene io raccomando di armarsi di grande pazienza, e soprattutto di forza di volontà per immergersi in questo fiume di parole. Forza e coraggio…
La prima frase parodiata da una più nobile di Ennio riportata da Cicerone riporta come mai io sia così legato al passato: sì perché sebbene da buon stoico qual sono (in senso filosofico) il corso della storia è circolare, è un cerchio che si abbassa in peggio fino a un certo evento che fa ripetere la storia, e così via… la storia si ripete perché nessuno prima stava ad ascoltare. E c’e’ motivo di lodare il passato, biasimare il presente ma sperare nel futuro. Quando io, a Sarmato, paese sconosciuto alla maggior parte dei piacentini che non hanno alcun riguardo verso la provincia (ma concentrandosi solo sul centro) fui costretto a scegliere dove andare finite le medie, ero sul punto di seguire tutti i miei vecchi compagni e andarmene a Castel S. Giovanni, o altro in zona: avrei condotto uno studio semplice, come si addice a queste zone. Ma volli guardare oltre la frontiera della via Emilia, andare verso zone mai viste dalla maggior parte di noi sarmatesi. E, a un certo punto, quasi per caso, vidi per terra una conchiglia, disegnata su un cartoncino; lo presi in mano e mi accorsi che era un’ammonite. Girai il cartoncino e vidi una scala a spirale, a chiocciola, con eundo crescit. La parola “Liceo Gioia” capeggiava. Pensai che la provvidenza mi stesse conducendo là, e sentii che non dovevo tradirla. Leggendo e rileggendo rimasi affascinato da quanto si prometteva e si diceva in quel foglietto, e decisi: il Gioia mi attendeva. Questa è una storia vera.

E così mi ritrovai dalla parte opposta, a Piacenza, come il topo di campagna che va in città. Ma c’era una volontà in tutto questo, ne ero certo, forse avevano bisogno di me! Haha. Solo ora comincio a pensare che ciò forse era vero.
IV ginnasio A. Bel nome, da uno che viene da una sezione B di undici studenti, trovarsi con ventisette era una gran novità. Tralascio ogni dettaglio dell’anno perché non voglio scadere nel bucolico. Rammento solamente un verso da Catullo, per tutti coloro che non si ricordano quei tempi andati: “Fulsere quondam candidi nobis soles!”.

La IV ginnasio A era una sola entità, un solo impero. Sì, dai, concedetemi questa metafora, questi paragoni che adoro fare, il mio marchio di fabbrica, un impero, per Diana, unito e prospero. Volete che vi rammenti il Cinocino, Moranti o Tommasini? O forse Basello o Astori? O forse altro ancora, come comete e vie lattee (se esiste il plurale)? O anche perché no, la Barbieri quando spiegava le opere greche! Si penso siate anche voi d’accordo con il verso di Catullo, spero.

Ma, come giusta argomentazione al fatto che la storia si ripete, ogni impero vive anche momenti in cui si vacilla. Il regno d’Egitto (alto e basso), il regno assiro, l’impero dei persiani, di Alessandro Magno, l’impero romano, quello carolingio, quello ottomano e il sacro romano impero. Tutti a un certo punto hanno conosciuto la crisi e infine sono collassati, per far sì che altri imperi risorgano sulle loro ceneri. Ora il paragone che ho fatto con noi spero non rispetti quest’ultimo passaggio, ma temo di no.
Alla fine anche nel nostro impero la corruzione iniziava a dilagare, mero preludio di quanto doveva accadere in seguito.

CAPITOLO II – IL SEME DELLA CORRUZIONE

“Sancte Socrates, ora pro nobis”

Nel frattempo il nome mutò: V ginnasio A. L’impero si sta espandendo. Ma nell’inglobare nuove cose, cresce anche il rischio che queste possano destare strane idee. Per carità inizio subito con dire che so bene che non è bene giudicare persone perché nel farlo è ovvio che lacune parti vengano rilette a seconda delle inclinazioni di chi giudica, ma è anche un bene quando una persona valica i limiti cercare in qualche modo di farglielo capire.

Per prima cosa, per rispecchiare il verso del primo capitolo, quello d’apertura, rivelo ciò che la mia voce interiore mi dice di fare e non fare, i miei dieci comandamenti (che non devono essere rispettati dagli altri ma da me):

10 – se a una persona viene chiesto qualcosa e non sa subito dare risposta, rispondi tu solo quando quella persona dice di non sapere rispondere, non alzare subito la mano nella speranza di guadagnare da un momento di debolezza altrui.

9 – se hai un grande successo in qualcosa, non gioire troppo esteriormente, perché rischi di cadere nella superbia, o che una troppa gioia venga poi ricompensata con uno sgambetto da parte della provvidenza. Gioisci in te stesso.

8 – conosci te stesso.

7 – ricorda il passato, giudica il presente, spera nel futuro.

6 – se uno ti fa un torto, porgi l’altra guancia, ma non sperare nella giustizia o nel contrappasso, troppo spesso chi ci va di mezzo sono gli innocenti e chi vince sono i malvagi.

5 – non copiare, non suggerire, non accettare suggerimenti: in natura questo non avviene, se una cosa non la sai, lo vuole la provvidenza, e dunque accettalo (ma non evitare di stare in silenzio, parla, dì qualsiasi cosa sia inerente anche se non centrata)

4 – se hai uno scopo e vuoi tentare di raggiungerlo, pensaci due volte e provaci tre volte

3 – se una persona ti guarda dall’alto in basso, non alzare lo sguardo, guarda fisso, vedrai che lei cercherà di abbassarsi per poterti guardare dritto negli occhi (metaforica foglia di fico per dire: se una persona si vanta troppo sii indifferente, si ridimensionerà)

2 – se su tre persone, incluso te, una segue la strada a destra, l’altra a sinistra, tu prosegui per quella centrale.

1 – non tollerare che la superbia viva.

Questi sono i comandamenti a cui mi attengo nelle mie azioni. Dunque ora molte cose che ho fatto si giustificano di conseguenza. Beninteso che questo non è atto di superbia, sto solo facendo la mia apologia.

Ritornando a noi, a un certo punto si ebbe un’ondata di hybris, alcune persone valicarono i limiti imposti dall’umano decoro. Costoro presero, in pubblico e in privato, a vantarsi dei risultati ottenuti: per carità ognuno può, anzi deve, essere fiero e contento dei proprio risultati ed è libero di dirgli agli altri solo deve evitare di fare un confronto con i tuoi come fossimo in una gara di corsa di cavalli e dire: “mi dispiace sai, ti andrà meglio la prossima volta, forse, se vuoi ti presto un po’ della mia bravura”. Non sono più o meno queste le parole ma il senso è quello.

Tollerando questa auto-celebrazione mostrata all’esterno e non all’interno come dice uno dei miei auto-comandamenti, si passò ad un altro fatto: la frammentazione interna. Da buon empirista notai come alla fine non si possa essere amici di tutti (a meno che non siate la Lesbia di Catullo, amica omnium, scusate il flusso di coscienza). Perciò lasciammo passare anche questa.
Ma quando la prima e la seconda si unirono, venendosi a creare gruppi dediti a denigrare alcuni (come i galli, mettetene due nello stesso pollaio e si beccheranno a vicenda) allora noi, Federico e Gabriele, assieme ad altri e altri ancora, cercammo di riportare un po’ di unione, evocando un accordo pacifico, e una fine delle ostilità.

Fin qui niente di strano, ma quando, tra quindici persone che cercarono di porre fine a queste antipatie venimmo presi noi come capro espiatorio, come unici istigatori e demagoghi, avvocati del diavolo, o altri appellativi ben gentili, allora no, adesso basta, il troppo stroppia. E partirono le accuse esplicite per chi era incriminato su oscurosire, su questo sito, che potete trovare nella pagina a lato in basso chiamate “sermones”, che ci inimicarono quella parte. Ma ormai ciò che venne fatto venne fatto (ma dai!).
Le lunghe guerre finirono quando riconoscemmo che una di quelle non era proprio quello che descrivevamo, dato che la vicinanza sublima le differentiae specificae. La fine della scuola pose un freno alle schermaglie. Forse il tempo poteva convertire. Ma peggiorò le cose. Durante quell’estate, non so cosa sia successo, la corruzione che allora permeava solamente alcune persone, si estese a macchia d’olio a tutti e ci ritrovammo, al mutare della marea, con un paesaggio da incubo: la maggior parte di chi sosteneva noi e i nostri ideali aveva cambiato lato, altri si gettarono nell’ignavia e nell’indifferenza. Le nubi che si profilavano all’orizzonte fecero sentire vento di tempesta. E giunse la tempesta del caos.


CAPITOLO III – L’IMPERO IN FIAMME


“Più gente conosco, e più apprezzo il mio cane”

E come anticipato, questa è la parte forse ancora più importante di quella di prima perché presenta l’anno scolastico 2008-2009, mentre gli altri capitoli erano riassunti di vicende ormai consegnate agli archivi, già conosciute (ma la cui comprensione deve essere piena per la lettura di questa parte, come una serie di matrioscke).

Al ritorno dalla colonia del Gesuiti, all’inizio del nuovo anno, nulla più. Le calme acque non davano alcun segno di smottamenti. E invece, sotto questa quiete, si celava un vulcano pronto a esplodere dall’interno, mentre dall’esterno si avvicinavano nubi di tempesta. Attaccati da dentro e da fuori… ma una cosa alla volta.

Roma, durante l’epoca imperiale, se era guidata da un imperatore profondamente avverso (più a pochi che a molti, alla morte di costui, istituiva una singolare punizione: damnatio memoriae, rimuovere ogni traccia della sua dominazione, opere, statue, perfino il nome dagli annali, doveva essere come se non fosse mai esistito. Ora, incomincio a vedere alcune analogie con noi. A questo punto sappiamo che, se qualcuno di potente leggesse ciò, verremmo puniti con la scomunica. Ma a noi, ormai, questo non importa più: siamo in un paese democratico, ognuno è libero di esprimere il proprio parere (non finirò mai di dirlo).

La nostra reggenza passò in mano a dei sofisti; costoro ci dicevano che noi non sapevamo molto, chissà, colpa di qualche romano (forse con la maiuscola), o che non ci eravamo applicati abbastanza, e che il nostro sapere doveva essere integrato ad altro. Bah. Io sono colui che sono. Mutano gli aspetti esteriori, mutano gli stati d’animo, ma l’anima non cambia. E con essa il sapere. Noi non perdiamo le nostre conoscenze, le copriamo col tempo, tanto che ci sembra di averle dimenticate (specie se passa molto tempo) ma con opportuni spunti esterni riaffiorano esattamente come le avevamo immagazzinate. Dunque non ci si può inventare così di sana pianta che da giugno a settembre abbiamo perso le nostre conoscenze, che siamo tornati una tabula rasa e solo con questi santoni orientali, dopo questo lavaggio del cervello, potremmo conoscere tutto.

Questo esordio non era dei migliori, ma con il continuo ripetere ciò, alla fine qualcuno (troppi), si è davvero convinto di non aver mai avuto nessun sapere su nessuna cosa, convinto di non sapere quasi più nulla. E ciò doveva essere confermato in qualche modo, ecco dunque la sfilza di voti sotto il livello del mare anche per alcuni che incredibile dictu non se lo sarebbero mai aspettati. Strage totale, nessuno risparmiato. Ed ecco che, nei momenti di maggiore sventura, bisogna imputare un capro espiatorio. Ma di questo è meglio non parlarne, fa parte della natura umana non riconoscere i propri errori. Ma se questi errori non esistono o sono troppo irrilevanti per essere contati così tanti allora dei dubbi devono sorgere verso qualche altra meta, no?
Tentammo di mettere in guardia alcuni che si erano lasciati troppo prendere da questa frenesia di considerarsi ignoranti, ma non fummo ascoltati. Pazienza perché alla fine, unica nota positiva, se ne resero conto. Non tutti ovvio la maggior parte ci diede ragione. Alcuni rimasero nella loro totale indifferenza verso tutto, come loro solito. Poi il fatto di voler emulare gli eventi del passato dandoci un’illusione serviva a distrarci forse da queste cose (meglio non dire troppo esplicitamente questo perché anche se ormai non ce ne importa niente il rischio è alto, dunque ci rendiamo trascendenti di fronte alla trascendenza emule del Romano. Lallalllalah).

Ma anche questa situazione, col tempo, si è stabilizzata, e i numeri affidatici tornarono ad essere comunque accettabili. Meglio così, forse ci sbagliamo a pensare a queste cose, ma all’inizio, con tutti quei numeri rifilatici (e molto bassi), uno le va a pensare a tutte (come il già citato capro espiatorio), comunque un dubbio persiste, siamo umani, dobbiamo pensare, … nessuno si offenda di quanto detto ciò poiché non è un’accusa ma un resoconto. Solo che non era bello, abituati ad essere chiamati una buona classe, improvvisamente diventare poco brillanti in ciò in cui eccellevamo.

Se questo si stabilizzò, non si stabilizzò però il nemico interno. Questo nuovo problema sorse in contemporanea a quello esterno, attaccati su tutti i fronti la Ia liceo A stava per sfaldarsi. Di fronte a sofisti che invece di guidarci e incoraggiarci ci scoraggiavano e davano alle fiamme ciò che avevamo costruito, di fronte al profilarsi di una nuova instabilità interna fra i vari membri tutto sembrava ormai perduto. Se sarebbe stata la fine allora sarebbe stata una grande fine, con un ultimo atto, come un marinaio in una tempesta che cerca con l’ultima forza rimastagli di non scivolare in acqua e cercare di issarsi a bordo, come un soldato, caduto a terra, ferito a morte, lancia la propria spada verso l’uccisore nella speranza di colpirlo, così noi lanciammo l’ultimo appello, prima di lasciare perdere tutto.

CAPITOLO IV – L’ULTIMA BATTAGLIA


Fino a che ci sarà un solo folle a combattere per essa, la speranza non tramonterà mai”

“Immaginate, lettori, delle persone, in una caverna, costrette a guardare fisse una parete, poichè incatenate, e su di essa osservare le loro verifiche che scorrono con dei numeri (ins. voti) a caso e bassi; così per ore, giorni, settimane, mesi. Finiranno, lo confermerete anche voi, col credere che tali voti siano meritati. E anche quelli che più rifiutavano ciò, col tempo si saranno talmente assuefatti dal crederlo anche loro. Ma immaginate che uno, riesca in qualche modo a girare la testa, e a vedere che dietro di lui, davanti a un proiettore, delle persone proiettano l’immagine delle verifiche corrette con i voti, e che vicino a loro altre persone, quasi come delle macchine, scrivono un numero a caso su ognuna. Inorridito, cerca di uscire da questa caverna, verso l’unica luce, che non sia quella artificiale del proiettore. La raggiunge ed esce. Si ritrova dentro un’altra caverna, tutta illuminata dalla luce del sole che viene da un buco nell’alto. In essa persone che leggono verifiche e le valutano in base al merito, con voti bassi o alti a seconda della prestazione; guarda il calendario, vede che in quel posto si trova un anno indietro e riconosce se stesso fra alcuni seduti tra i banchi. Ora la persona che si è liberata vorrà tornare indietro, a cercare di convincere gli altri di ciò che ha visto e di riportarli in quella altra situazione ma nessuno gli crederà, e sarà costretto a sedersi di nuovo e ricominciare a osservare la sfilza di numeri. Ma dentro di sé conserverà per sempre il ricordo di ciò che ha visto, e la consapevolezza di trovarsi in una finta realtà”

Che tale racconto sia un ovvia metafora di quanto abbiamo fatto, è semplice e scontato. Che tale racconto possa realizzarsi deve ancora decidersi.

La Ia liceo A si frammentò in tanti piccoli pezzi, le alleanze si sancivano e si sfaldavano come ghiaccio messo in freezer e poi in un forno. La Ia liceo A si ruppe, non per causa nostra, ma per natura umana. Sorsero più o meno tre gruppi, o associazioni, se così possiamo chiamarle, a cui è meglio non dare nomi, essendosene date uno loro stesse… tra questi cocci alcuni, due per la verità, cercavano con della colla di riunirli, passando ora da uno ora da un altro, rivolgendo parola a tutti, nessuno escluso, nessuno privilegiato. Ma se gli altri non volevano noi non abbiamo colpa.

E allora, visto che ogni tentativo era vano, usammo le parole, con i discorsi che vedete in basso a destra nella pagina “sermones”, alcuni rivolti a fare delle scelte unite e non frammentate solo perché istigati dai sofisti, altri per cercare di riportare ordine, altri non furono riportati in forma scritta ma detti a voce, in forma di dialogo, con ciascuno, uno per uno, che è meglio lasciare nell’aria, poiché forse, un giorno, il vento riuscirà a portarli all’orecchio giusto che possa coglierli.

Risultato: nulla. Col tempo qualcuno riuscì a cogliere questi discorsi, e a convincersene, anche alcuni che prima ci osteggiavano, altre (due, che nella nostra insana passione per dare appellativi poco graziosi chiamiamo statue, ma nel senso non offensivo, ma per dire che rimangono impassibili davanti a tutto-forse sono stoiche), già citate prima, rimasero nella profonda indifferenza che le contraddistingue, altri male interpretarono i nostri appelli e li videro come un pretesto per non parlare con alcuni, ma il consiglio dei tredici si lasciò persuadere (solo la parte che da sempre era rimasta vicina a noi, quell’altra che apparentemente ci appoggiava ma che ora nascostamente ci osteggia). Questo consiglio vide i fumi delle fiamme da cui l’impero era devastato annebbiare la propria mente, pertanto come detto prima buona parte passò ad un senso di ostilità verso noi forse perché andava di moda tra loro essere ostili con tutti quanti. Boh.

Basta, se quei pochi lettori sono arrivati fin qua a leggere, nonostante l’enorme fiume di parole vergate, noi li ammiriamo per la loro pazienza e forza di volontà, e se vogliono gustarsi la fine dove abbiamo cercato di dare il meglio ebbene solo poche righe, poi nulla più.

La battaglia per riunire l’impero spense le fiamme dei nemici esterni ma non riuscì a riunirlo. Spense ogni nostra voglia di lottare.

CAPITOLO V – ABDICAZIONE


“Λάθε βιώσας”

Carlo V del Sacro Romano Impero era un individuo particolare per i suoi progetti, tra cui uno: riunire l’impero. Il Sacro Romano Impero si chiamava così, ma di fatto non era nè sacro nè romano nè un impero. Non era sacro perchè era sempre in lotta col papa e con la controriforma ancora più diviso dal punto di vista religioso; non era romano perche’ di romano dal 900 al 1806 erano rimaste solamente le rovine, in territori ben diversi dalla Germania; e infine non era un impero poiche’, anche se si estendeva su buona parte dell’Europa centrale inglobando popoli diversi (almeno fino all’unificazione da parte della Prussia) era talmente frazionato al suo interno da risultare un’accozzaglia caotica di città libere, vescovati, ducati e granducati, ognuno che faceva i propri interessi non curandosi degli altri “pseudoalleati” (per esempio Hannover alleato con l’Inghilterra, la Sassonia coi polacchi, la Baviera con la Spagna -nel 1700- etc. etc.), ognuno per conto proprio fino a che non si avvicinasse un pericolo: allora tutti alleati, scacciata l’invasione ognuno alle proprie autonomie, con gli elettori che nominavano l’imperatore che faceva loro più comodo.

Ora vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con quello che dovevamo dire. Ebbene c’entra. L’impero corrisponde, come forse hanno capito i nostri ventiquattro lettori-elettori, a noi. Poichè nominalmente siamo classe, di fatto siamo sottounità unite da un nome. Ma di questo bisogna rassegnarci. La natura umana è questa, di tutti, io tu egli noi voi essi. E non abbiamo colpa.
E dunque dopo la nostra metafora preferita, dopo due anni di consolidamento dei confini dell’impero, dopo un anno sotto despoti che praticavano damnatio maemoriae, dopo consoli (rappresentanti di classe) che cercavano anche loro di riunire in un certo modo la frammentazione per eliminarla (i.e. prepararci alle verifiche con collazioni di appunti), dopo che siamo riusciti grazie anche all’aiuto di questi ultimi a convertire buona parte della classe a questa dottrina, girando loro la testa e facendo sì che non fossero più costretti a guardare la sola parete di una caverna sulla quale passavano voti dati a caso e chi li portava diceva che fosse il loro giusto numero da assegnare perchè si erano imbarbariti o non avevano buone basi, dopo che alcuni di questi sono appunto riusciti a girarsi e a uscire dalla caverna platonica con noi sono emersi da questo caos, riconoscendo che in parte avevamo ragione, dopo continue lotte, affanni, discorsi, sacrifici, appelli, dopo tutte queste tribolazioni riconosciamo di aver fallito.

Eliminare le troppe rivalità che per natura sorgono tra persone che spendono tempo insieme. Questo era il nostro scopo ma gli uomini sono come galli e galline: dove va una le altre la seguono, ma mettete tipi simili nello stesso pollaio e si beccheranno a vicenda. Comunque buona parte si e’ convertita, anche quelli a cui davamo un appellativo, forse troppo offensivo, di pagliaccio (ma nel senso di mascherato, non di buffone: poichè mascherava i suoi veri intenti, potevamo anche chiamarlo attore). Le poche altre persone a cui non sono arrivate queste parole si sono comunque adattate alla situazione ristabilita, natura umana (ut supra dixi).

L’impero non si è riunito, si sono riuniti i sottogruppi che lo compongono, vittoria marginale. Del suo destino ormai non ci curiamo più, non si può andare contro natura, se questa divisione si è presentata vuol dire che la provvidenza (quella stoica) ha in mente tempi migliori dato che ciò avviene per qualche altro fine e quindi non ci possiamo opporre.

Dichiariamo qui la fine delle nostre azioni persecutorie, dannose, utili, ridondanti, con troppe sinossi, chiamatele come volete. Messaggi minatori, diserzioni, alleanze, tutto ha contribuito a condire questa storia di colpi di scena e intrighi degni di un film, se Spielberg è interessato i diritti vengono via con poco.

Qui finisce la nostra azione, abbiamo fatto la guerra per poter vivere in pace, possa ora l’impero continuare e prosperare, possa questo cavallo intorpidito camminare senza bisogno di sferzate o di pungolate, ciascun ora sia l’artefice del proprio destino e segua la sua natura: nella grande abbondanza delle occupazioni, essa mostra a uno una via a un altro un’altra. Io, da buon coerente con me stesso, mi manterrò nel mezzo. E basta.

Se lo spettacolo è piaciuto allora applaudite, noi (direbbe un personaggio da tragedia) sentiamo la necessità che chiama, e non si addice di tardare oltre. E’ il momento di separaci, cari miei, voi verso la vostra vita, noi verso la nostra: chi di noi cammini verso una meta superiore è buio per tutti.


APPENDICE – CHIARIMENTI E SCUSE

Chiarimenti: siamo in un paese democratico, ognuno è libero di esprimere il proprio parere; questo è il nostro sito dunque verranno scritte le cose che più ci aggradano, non le cose che ci impongono gli altri; nessun nome è stato fatto, solo le solite allusioni metaforiche, se qualcuno si sente tirato in mezzo forse ha la coscienza sporca ma noi, ripetiamo, non abbiamo fatto nomi, cognomi, prenomi, soprannomi o numeri.

Scuse: per tutti quelli che sono stati coinvolti loro malgrado in tutto questo, per tutto quello che si è scatenato quando nel 2007 ci interessammo assieme ad altri a far sì che alcuni si riguardassero (e soprattutto fummo noi a subire le proteste di costoro come capro espiatorio facendo scoppiare il tutto), noi chiediamo scusa anche se penso che pochi siano senza colpa (anche noi ne abbiamo in fondo).

Ma un ultima cosa va a tutti quelli che si sono scagliati (la maggior parte) contro di noi con le unghie e con i denti:

A tutti quelli, che fin da subito non hanno apprezzato il nostro lavoro,

a tutti quelli, che prima lo apprezzavano e poi lo disprezzavano,

a tutti quelli, che hanno disprezzo per noi,

a tutti quelli, che hanno osteggiato con ogni mezzo il nostro operato,

a tutti quelli, che hanno lasciato messaggi di insulti, disprezzo, dissenso con parole pesanti,

a tutti quelli, che difendevano le parti incriminate urlandoci dietro,

a tutti quelli che preferivano non distogliere lo sguardo dalla parete della caverna platonica in cui vivevano e continuare l’esistenza senza un’ideale in cui credere, senza prendere una posizione, nel bene o nel male (chi è in realtà il bene o il male?),

a tutti quelli, infine, che ce ne hanno dette di ogni, che il tacer è bello, e che ci dicevano, come debole attacco, di starcene zitti e di farci i cavoli nostri, che queste questioni non dovrebbero interessarci, che ognuno deve pensare a se stesso e disinteressarsi degli altri,

a tutti questi, io rispondo:

“Homo sum: humani nihil mi alienum est – sono un uomo: nulla di umano mi può essere estraneo”.

E questa è la vera, definitiva, fine di tutte le cose.

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