Esercito Macedone

Filippo II di Macedonia tirò le fila e coniugò in un unico strumento bellico decenni di esperimenti tattici greci e l’esperienze delle campagne che quegli esperimenti avevano fatto maturare.

La fertile stagione dell’Anabasi dei Diecimila raccontataci da Senofonte, le vittorie degli psiloi contro gli opliti a Sphacteria nel 425 e dei peltasti a Lechaeum nel 425), i successi del’ordine profondo e scaglionato tebano a Leuctra (371) e Mantineia (362), la riforma degli opliti ateniesi operata da Ificrate, vennero innestate da Filippo sul ceppo della tradizione militare macedone e produssero uno strumento militare innovativo: l’esercito di cui Filippo aveva bisogno per i propri progetti di conquista.

Secondo Diodoro Siculo (16.3.1-2), nel 359 a. C., Flippo “…migliorò l’organizzazione delle sue forze equipaggiando i suoi uomini con opportune armi da guerra, tenne manovre degli uomini sotto le armi e esercizi competitivi. Concepì l’ordine compatto e l’equipaggiamento della falange imitando l’ordine chiuso con scudi sovrapposti dei guerrieri a Troia e fu il primo a organizzare la falange macedone”.

Per assecondare la propria ambizione, Filippo non poteva basarsi né sul tradizionale esercito macedone, né sull’ancora più tradizionale esercito oplitico delle polis greche.

Il primo era fondamentalmente basato su una forte cavalleria aristocratica, assistita da fanterie leggere:questo era il materiale umano messo a disposizione dai latifondi della Macedonia, con alterni risultati bellici.

Sul campo di battaglia la pur ottima cavalleria pesante macedone poteva essere messa sempre in condizioni di svantaggio da un nemico capace di utilizzare a proprio vantaggio il terreno, sia chiudendo gli spazi di manovra con fanterie pesanti in ordine chiuso, sia infilandosi in luoghi dove la fanteria leggera si sarebbe trovata isolata e costretta a cavarsela da sola.

La cavalleria era, poi, incapace di affrontare direttamente la falange oplitica in condizioni normali, e quindi indecisiva nella maggior parte dei casi, oltre che impossibilitata a trovare protezione, ma al massimo un problematico sostegno, da parte della fanteria leggera.

Le polis greche suggerivano il modello oplitico, ma Filippo non poteva né voleva ispirarsi totalmente ad esso. Il suo era uno stato unitario, mentre l’oplita proveniva da città stato indipendenti. Al di là della differente cultura politica e sociale che ne costituiva le peculiarità, e che Filippo non aveva alcun interesse ad introdurre nel proprio regno, l’oplita era anche un combattente profondamente radicato al proprio territorio e restìo ad abbandonarlo per lunghi periodi. Con un esercito anche solo parzialmente di opliti cittadini sarebbe stato impossibile portare a compimento una strategia di conquista.

La guerra del Peloponneso, che si caratterizzò per il primo vasto impiego di mercenari, e l’avventura dei Diecimila, con la quale un piccolo esercito di mercenari si rivelò capace di sopraffare un nemico enormemente superiore di numero, suggerivano un’altra possibilità: il guerriero professionista.

Un militare di professione, reclutato su base provinciale in taxeis di 2.000 uomini l’una per ciascuna delle sei province del regno, armato e addestrato dal re, a lui fedele e a lui grato per ogni occasione di bottino che le sue vittoriose campagne militari gli avrebbero offerto.

L’accesso alle ricche miniere della Tracia mise a disposizione di Filippo i fondi necessari a finanziare la dispendiosa creazione di un’armata professionale: i contadini macedoni potevano così entrare al servizio del re ed egli poteva armarli ed addestrarli secondo le proprie esigenze.

Per quanto Filippo fosse ricco, mai però avrebbe potuto equipaggiare i propri fanti con la costosissima panoplia oplitica. Ammesso che ne avesse l’intenzione, comunque, perché suo padre Aminta aveva adottato un ateniese di nome Ificrate, che aveva profondamente rinnovato gli opliti ateniesi rendendoli una forza più agile e leggera, ma non per questo meno letale, e soprattutto riducendone i costi di equipaggiamento.

Filippo seguì quindi le orme del fratello adottivo, ma con importanti adattamenti. Alla pelta i macedoni erano già abituati, e quindi non c’era bisogno di introdurla. Invece della corazza di lino, Filippo preferì una più consistente Thorax in bronzo, piuttosto simile a quella degli opliti. Infine, dotò i pezetairoi (compagni a piedi) di una picca lunga dai m. 4,50 a 5,40, che divenne il loro tratto più caratteristico.

Un’altra ispirazione tratta dall’esercito ateniese fu la costituzione, accanto ai pezetairoi, di un contingente di truppe scelte, gli ipaspisti (scudieri), che avevano molto in comune gli epileptikoi, “assaltatori”, a loro volta debitori della Banda sacra Tebana.

Alla tradizionale ottima cavalleria macedone, dunque, si aggiungeva finalmente quella forza di fanteria che con essa avrebbe costituito la base della tattica macedone e delle conquiste di Filippo e di Alessandro.

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