Esercito Romano

Secondo la tradizione fu Romolo a creare, forse sull’esempio della falange greca, la Legione romana, unità base dell’esercito composta da tremila pedites (fanti) e trecento Equites (cavalieri), messi a disposizione dalle tre antiche tribù (Tities, Ramnes e Luceres) secondo il numero delle Curie. A capo dell’esercito romuleo vi erano tre tribuni militum, ognuno per ogni tribù.

Prima organizzazione di Servio Tullio

Secondo la tradizione sarebbe stato il re Servio Tullio a creare una prima struttura militare. A lui viene attribuita, infatti, la divisione dei cittadini romani in cinque classi sulla base del censo. Il criterio economico influiva sulla formazione della milizia: ognuno provvedeva da sé al proprio armamento, in modo tale che i più ricchi ricoprivano i ruoli più elevati. Il fatto stesso di fare parte dell’esercito costituiva un privilegio; ne erano infatti esclusi i capite censi cioè coloro che non avevano proprietà. Poiché il servizio di leva riguardava i cittadini romani dai 17 ai 46 anni si aggiunse in seguito, anche una classificazione in base all’età.

L’esercito romano fu diviso, pertanto, in centurie, la fanteria, ed in decurie, la cavalleria. I soldati delle cinque classi erano divisi in modo che le prime classi (quelle più ricche), fornivano gli equites e la fanteria pesante, le altre classi (quelle meno abbienti), i velites ovvero la fanteria leggera. Erano, infine, impiegati vari Fabri (Carpentieri ed artigiani di vario tipo) e suonatori di cornu, tuba e buccina adatti a fornire segnalazioni o ordini militari (Veg.,De Re Militari, II,22 III,5,6). E verso il 400 a.C. era istituito lo stipendium, cioè una prima forma di paga regolare per i soldati che prestavano servizio attivo.

Nel complesso l’esercito serviano contava 1.800 cavalieri suddivisi in diciotto centurie, 17.000 fanti in centosettanta centurie (a loro volta suddivisi nelle cinque classi), ed infine 500 ausiliari componenti le ultime cinque centurie.

Epoca Repubblicana

La componente principale dell’Esercito Romano rimaneva, anche dopo la caduta dei re etruschi, la Legione, e solo ai cittadini romani era consentito arruolarsi, dovendo essi stessi provvedere personalmente al loro equipaggiamento, come nella tradizione degli Opliti greci.

Il primo esercito repubblicano

In coincidenza con il passaggio alla forma di governo repubblicano, l’esercito fu diviso in due legioni, ognuna al comando di un console, e solo in caso di estremo pericolo le due legioni venivano unificate e veniva eletto un solo capo, in carica sei mesi, detto dictactor. Ogni legione ora risultava composta da 4.200 fanti e da 300 cavalieri. Le file del corpo di cavalleria, detta ala, perché durante le battaglie si disponeva ai fianchi dello schieramento, vennero gradualmente occupate dai contingenti alleati dei romani detti Socii.

Più tardi la cavalleria (che in quei tempi non aveva quell’importanza che assumerà in età tardoantica e nel medioevo) venne formata anche da mercenari, ai quali si ricorreva anche per gli arcieri e gli altri corpi speciali. Il contingente della legione composto da soli cittadini romani, in questo periodo, veniva schierato su tre file: hastati, principes e triarii, disposti per ordine di età (i triarii erano i più anziani).

L’esercito della seconda metà del III secolo a.C., dopo le guerre sannitiche

Dopo le guerre condotte contro i Sanniti e Pirro era istituita all’interno della legione una nuova formazione: il cosiddetto manipulus (manipolo), che comprendeva due centurie.

A capo di ogni centuria veniva posto un centurione, mentre due centurioni erano posti a capo del manipolo: il primo, detto centurio prior, esercitava la massima autorità su tutto il manipolo, il secondo, il centurio posterior ne faceva le veci.

Infine, in ogni legione era istituito un ufficiale, un centurione, di grado più alto fra tutti i suoi pari. Questo nuovo ufficiale era il cosiddetto centurio primus pilus, ovvero il centurio prior del primo manipolo dei Triarii.

La crisi dell’esercito durante la guerra annibalica (218-201 a.C.)

La grande capacità tattica di Annibale aveva messo in crisi l’esercito romano. Le sue manovre imprevedibili, repentine, affidate alle ali di cavalleria cartaginese e numidica, avevano distrutto numerosi eserciti romani accorrenti, anche se superiori nel numero dei loro componenti, come era avvenuto soprattutto nella battaglia di Canne.

Scipione l’Africano, inviato nel 209208 a.C. in Spagna Tarraconense per affrontare le armate cartaginesi, reputò necessario cominciare ad apportate delle modifiche tattiche, tale da permettergli una maggiore adattabilità in ogni situazione di battaglia. Per questi motivi egli introdusse, per primo, la coorte, elemento intermedio tra l’intera legione ed il manipolo. Egli andava, così, riunendo i tre manipoli di hastati, principes e triarii per dare loro maggiore profondità, attribuendo a loro lo stesso ordine.

Si veniva così a creare un reparto più solido ed omogeneo, con gli uomini della prima fila che tornavano a dotarsi di lunghe lance da urto. Ora era importante addestrare le truppe in modo che non vi fossero problemi nel passare da una disposizione di tipo manipolare ad una coortale, e viceversa, all’occorrenza.

La riforma di Gaio Mario (107-101 a.C.)

Il servizio attivo permanente, che durava per i cittadini arruolati mediamente 6 anni, subiva un importante cambiamento in seguito alla riforma di Gaio Mario, quando lo Stato romano decise di assumersi l’onere di equipaggiare e rifornire le truppe legionarie, permettendo a tutti, compresi i nullatenenti di arruolarsi. L’età minima era ora stabilita a 17 anni. I volontari che si arruolavano, entravano a far parte di un esercito dotato di una disciplina ferrea, invidiato da molti stati mediterranei.

L’organizzazione interna subiva, inoltre, un cambiamento fondamentale: furono eliminate le divisioni precedenti tra Hastati, Princeps e Triarii, ed apparvero le prime Truppe ausiliarie che presero strutturalmente il ruolo tattico dei Velites, a supporto dei legionari. Si trattava di unità di fanteria leggera e/o di cavalleria. Tuttavia è da rilevare che le suddette storiche distinzioni restarono a lungo nella tradizione militare romana anche dopo la riforma mariana, senza avere un valore all’interno dell’organizzazione tattica.

La legione, divisa già dai tempi di Scipione l’Africano, in 10 coorti, erano ora numerate da I a X, e gli effettivi passarono a circa 4800 legionari (chiamati anche coortalii).

Non è certo se nel corso di questa riforma, o forse dal periodo imperiale, la prima coorte di ogni legione fu raddoppiata nel numero (1.000 circa, chiamata cohors milliaria, a differenza delle altre 9, quingenarie).

Si trattava della prima forma di un esercito di professionisti dove era abolita la coscrizione per censo, mentre i soldati veterani, che dall’esercito traevano quotidiano sostentamento, ottennero una pensione, sotto forma di assegnazioni di terre nelle colonie e, più tardi, anche della cittadinanza romana.

L’esercito di Cesare (58-44 a.C.)

Gaio Giulio Cesare è considerato, da molti autori moderni e contemporanei del suo tempo, il più grande genio militare della storia romana. Egli riuscì a stabilire con i suoi soldati un rapporto tale di stima e devozione appassionata, da poter risanare la disciplina senza inutili durezze.

Paga, donativi e nuovo cursus honorum

Cesare non tolse nel corso della conquista della Gallia ai suoi soldati la possibilità di far bottino, ma il legionario doveva aver ben chiaro l’obiettivo finale della campagna, e le sue azioni non dovevano condizionare i piani operativi del comandante. Conscio della miseria dei suoi soldati, Cesare, di sua iniziativa, nel 5150 a.C. raddoppiò la paga passando da 5 a 10 assi al giorno (pari a 225 denarii annui), tanto che la paga del legionario rimase invariata fino al periodo dell’imperatore Domiziano (8196)[1].

Egli, contrariamente a quanto avevano fatto molti dei suoi predecessori, che fornivano alle truppe donativi occasionali, reputò fosse necessario dare continuità al servizio che i militari fornivano, istituendo per il congedo il diritto ad un premio in terre, secondo l’uso che fino ad allora era stato a totale discrezione del solo comandante.

Creò un cursus honorum per il centurionato, che si basasse sui meriti del singolo individuo: a seguito di gesti di particolare eroismo, alcuni legionari erano promossi ai primi ordines, dove al vertice si trovava il primus pilus di legione. Ma poteva anche avvenire che un primus pilus venisse promosso a tribunum militum. Il merito permetteva così, anche ai militari di umili origini, di poter accedere all’ordine equestre. Si andava indebolendo, pertanto, la discriminazione tra ufficiali e sottufficiali, e si rafforzava lo spirito di gruppo e la professionalità delle unità[2].

Nuove forme di reclutamento

Cesare arruolò i suoi legionari, nel corso degli otto anni di guerra gallica, sia tra i transpadani che abitavano a nord del Po (e godevano di diritto latino), sia tra i cispadani (muniti di cittadinanza romana) a sud del fiume padano e della Gallia cisalpina. Importante fu anche la novità apportata agli inizi del 52 a.C., quando fu costretto ad arruolare una milizia di 22 coorti tra la popolazione nativa della Gallia Narbonense, che in seguito costituì la base della legio V Alaudae[3].

Progessi tecnici dell’ingegneria militare Nel settore dell’ingegneria militare Cesare apportò innovazioni determinanti, con la realizzazione di opere sorprendenti costruite con grande perizia ed in tempi rapidissimi. Vale la pena ricordare il ponte sul Reno costruito in pochi giorni per ben due volte,[4] o la rampa d’assedio costruita durante l’assedio di Avarico.[5]. Cesare scoprì infine, nel corso della Conquista della Gallia e in particolare durante l’assedio di Alesia, il principio dell’accoppiamento delle fortificazioni, che sarebbe stato utilizzato quasi duecento anni più tardi da Adriano nel corso della costruzione del famoso Vallo in Britannia, tra il fiume Tweed ed il Solway[6].

Innovazioni tattiche

Un’importante innovazione tattica, nella sua non ortodossa condotta della guerra, si ebbe, nel gioco combinato di azioni difensive ed offensive, grazie all’introduzione di una riserva mobile, utilizzata molte volte durante la conquista della Gallia, in particolare durante l’ultimo attacco della coalizione dei Galli durante la battaglia di Alesia, o, nella guerra civile, nella battaglia di Farsalo contro Pompeo[7].

Il costante contatto con il mondo dei Celti e dei Germani lo indusse a rivalutare la cavalleria nel corso della conquista della Gallia. Ne fece un impiego crescente negli anni, tanto che le unità di cavalleria acquisirono una loro posizione permanente accanto alla fanteria delle legioni ed a quella ausiliaria. Reclutò tra le sue fila sopratutto Galli e Germani a partire dalla fine della guerra gallica, inquadrando queste nuove unità sotto decurioni romani, con grado pari a quello dei centurioni legionari. L’equipaggiamento dei cavalieri era costituito da un sago, una cotta di maglia in ferro, l’elmo e probabilmente uno scudo rotondo. La sella era di tipo gallico, con quattro pomi, ma senza staffe. I cavalli erano probabilmente ferrati come da tradizione gallica. Come armi da offesa portavano il gladio e il pilum, o un’asta più pesante detta contus[8].

Da questi accorgimenti nacque anche l’importante innovazione tattica delle coorti equitate, costituite da corpi di cavalleria misti a quelli di fanteria, sull’esempio del modo di combattere di molte tribù germaniche, tra cui i Sigambri. Esse furono utilizzate da Cesare con continuità a partire dall’assedio finale di Alesia[9]. In questa unità tattica, dove a ciascun cavaliere era abbinato un uomo a piedi, si combinavano i vantaggi della cavalleria con quelli della fanteria, permettendo a queste due tipologie di armati di completarsi vicendevolmente e proteggersi in modo più efficace[10]

Nuovo sistema strategico

Egli fu, inoltre, il primo a comprendere che la dislocazione permanente (in forti e fortezze), non più semi-stanziali, di una parte delle forze militari repubblicane (legioni e truppe ausiliarie) doveva costituire la base per un nuovo sistema strategico di difesa globale lungo i confini del mondo romano, in particolare in quelle aree “a rischio”. Tale sistema fu, infatti, ripreso ed attuato dal “figlio adottivo”, Ottaviano Augusto, che ne potenziò i criteri base, adattandolo al costituendo Impero romano, ed attribuendo le forze armate alle cosiddette provincenon pacate” (vedi sotto).[11]

Età imperiale

La grande riforma augustea

La legione romana

L’innovazione proposta da Augusto fu quella di introdurre un esercito di professionisti che rimanessero in servizio non meno di 16 anni per i legionari, portati a 20 pochi anni più tardi, e 20-25 per le truppe ausiliarie. In alcuni casi le famiglie meno abbienti erano incentivate a far arruolare i loro figli, dando loro la possibilità di acquisire la cittadinanza romana al termine del servizio (nel caso degli Auxilia; non nel caso dei legionari, già cittadini romani), un buon stipendio annuale ed a una paga finale per il congedo (tra cui appezzamenti di terreno in zone ancora poco romanizzate, dove solitamente erano fondate colonie di nuovi cittadini romani).

L’artiglieria romana comprendeva baliste, cioè delle enormi balestre montate su ruote, che grazie alla torsione delle loro corde riuscivano a scaraventare anche a molti metri di distanza enormi dardi, che potevano essere anche incendiati, in grado di trafiggere senza alcun problema più uomini insieme; più avanti col tempo riuscirono a costruire anche baliste automatiche, grazie ad un geniale marchingegno: una volta tirato un dardo, la corda veniva ritesa, e da uno speciale “caricatore” posizionato sotto la balista ne rispuntava un altro pronto per il lancio (purtroppo in questo tipo di arma i suoi proiettili non potevano essere incendiati apposta perché la macchina era diventata automatica, e gli addetti non avrebbero avuto il tempo di incendiare i proiettili).

Insieme alle baliste c’erano anche gli scorpioni, molto simili alle precedenti ma molto più piccoli e maneggevoli; a differenza delle baliste, non potevano avere proiettili incendiari, non erano automatici, usavano dardi più piccoli, e di conseguenza erano anche meno potenti, ma utilizzavano lo stesso meccanismo di torsione. Essi erano utilizzati avvolte nelle imboscate o come supporto per gli arcieri, date le loro piccole misure.

Insieme alle baliste avevano anche degli onagri (catapulte chiamate cosi per il rinculo che producevano durante il lancio dei massi); essi erano usati contro le truppe nemiche, utilizzando massi ricoperti di olio, a cui davano fuoco così da aumentare i danni, oppure caricati con dei vasi pieni di olio a cui davano fuoco, creando una enorme bomba incendiaria; quando il vaso toccava il suolo, si rompeva rilasciando non solo una pioggia di fuoco, ma anche pezzi di vetro o sassi, che venivano posti al suo interno prima del lancio trasformandola in una enorme granata a deframmentazione. Gli onagri talvolta venivano usati per abbattere le difese nemiche, distruggendo mura ed edifici.

Le unità ausiliarie

Le unità ausiliare entrarono a far parte in pianta stabile dell’esercito romano. Esse costituivano il degno completamento tattico e strategico alle legioni romane. Erano formate da unità altamente specializzate, arruolate in aree territoriali di antiche tradizioni militari: come i frombolieri delle Baleari, i cavalieri catafratti e gli arcieri orientali, la cavalleria leggera numida e dei Mauri. Si dividevano in unità di fanteria (pesante, leggera e da lancio), di cavalleria (pesante e leggera, e da lancio) e mista. I romani ebbero in forza Galli Transalpini, Narbonesi e Belgi, Germani, Iberici (Spagnoli), Balearici, Cretesi, Numidi, Traci… In origine queste popolazioni venivano arruolate localmente lungo le frontiere perché, conoscendo bene i luoghi, potevano difenderne meglio di chiunque altro i confini. Con il passare del tempo, però, furono inviate ovunque. Conservavano tuttavia sempre, come i cavalieri ausiliari, la loro caratteristica omogeneità etnica, per cui si equipaggiavano e combattevano secondo le loro tradizioni. I Galli e i Germani, per esempio, formavano coorti di fanteria leggera ed erano sicuramente armati con scudi piatti e rotondi e una lunga lancia corta; i Galli indossavano anche una cotta di maglia di ferro e l’elmo, ma i Germani no. Sembra che Cesare sia stato il primo generale romano ad utilizzare la cavalleria mista di origine germanica, nella quale ciascun cavaliere era abbinato a un uomo a piedi, combinando così i vantaggi della cavalleria con quelli della fanteria e consentendo ai due uomini di proteggersi a vicenda. Fu questa l’origine delle cohortes equitatae dell’Impero. Gli spagnoli fornivano fanti senza armatura che potevano essere adibiti a compiti di vario genere; indossavano elmi di cuoio e combattevano con gladio, sciabola o picca. I Balearici fornivano coorti di frombolieri senza armatura, abilissimi nell’usare fionde di tipo semplice o fissate a un corto bastone; come proietti usavano palle di piombo o pietre rotonde. I Cretesi costituivano coorti di arcieri senza armatura, provvisti di archi piccoli che avevano una gittata di 100 metri, cioè tre volte quella dei giavellotti. Tutti gli ausiliari venivano arruolati di volta in volta, per la durate delle varie campagne, per mezzo di leve militari eseguite direttamente nei territori sottomessi a Roma; oppure venivano forniti in blocco dai capi delle tribù alleate. In questo secondo caso venivano retribuiti dai loro capi con paghe che non conosciamo, ma che certo erano molto inferiori a quelle dei legionari. Il valore degli ausiliari era molto variabile e non sempre si poteva farvi affidamento. Le scariche di frecce e i proietti di fionda erano usate per coprire la fanteria o la cavalleria di linea; in Britannia servirono a coprire lo sbarco dei legionari e a Uxellodunum arcieri e frombolieri impedirono ai Galli assediati di rifornirsi d’acqua. Spesso gli ausiliari partecipavano a scaramucce e ad operazioni di pattuglia, oppure erano inviati in missioni di vettovagliamento, di saccheggio, di rappresaglia. In certi schieramenti rinforzavano gli effettivi delle legioni.

La guarnigione di Roma

Le guarnigioni di Roma furono riorganizzate da Augusto in 9 coorti pretorie, inizialmente posizionate fuori Roma e nelle più importanti città italiane; la scelta di 9 coorti fu dettata dalla necessità di non far apparire la presenza a Roma di una legione, composta da 10 coorti, che sarebbe stata considerata dissacrante per la sacralità della città e per la legge che dal tempo di Silla proibiva la presenza di armati nella penisola italiana (nella parte sottoposta all’autorità di diretta dei magistrati di Roma); nelle 3 coorti urbane che avevano funzioni di polizia ed ordine pubblico e le coorti dei vigili a cui erano affidate le 14 regioni della città di Roma per eventuali spegnimenti di incendi (molto frequenti a quell’epoca).

Attorno al 2023 d.C., Tiberio concentrava le nove coorti pretorie e le tre coorti urbane nella città di Roma (sull’Esquilino, al di là delle mura serviane), in un campo di 440 x 380 metri (pari a 16,72 ha), ad ovest del quale fu approntata un’area per le esercitazioni.

Alleati o Stati clienti

Numerose erano anche le milizie di stati Clienti o alleati, utilizzate dall’impero romano in caso di conflitti interni o esterni. È il caso, per esempio, delle truppe trace utilizzate durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9, o le truppe del re Deiotaro, costituite in legione e nominate legio XXII Deiotariana, ecc..

Le Flotta Romana|flotte romane di Miseno, di Ravenna e provinciali

Anche la flotta fu riorganizzata con:

Un esempio dell’efficienza della marina da guerra romana accadde nel 56 a.C., quando Cesare organizzò una spedizione punitiva contro i Veneti, una popolazione marittima della Gallia stanziata presso la foce della Loira. A questo scopo requisì alcune navi da carico ai popoli alleati e fece costruire delle galere che equipaggiò con rematori e marinai della Provenza. Non abbiamo la descrizione di queste galere, ma è presumibile che si trattasse di triremi, quinqueremi e liburne. Le triremi erano lunghe circa 40 metri e larghe 5; disponevano di 170 remi, su tre ordini, manovrati ciascuno da un solo uomo. Imbarcavano anche 30 marinai e 120 legionari. Le quinqueremi avevano le stesse dimensioni e, sembra, 160 remi su tre ordini; i rematori erano 270: probabilmente c’erano più uomini per ogni remo. Imbarcavano 30 marinai e 200 legionari. Le liburne erano navi più piccole, leggere e veloci, armate con 82 remi disposti su due ordini. I Veneti disponevano di imbarcazioni a vele quadre, lunghe da 30 a 40 metri e larghe da 10 a 12, senza remi. Erano molto alte sul livello dell’acqua, per cui gli equipaggi erano protetti dai proietti romani. Durante la battaglia navale svoltasi presso Lorient, che vide la flotta di Cesare combattere contro 220 navi venete, i Romani riuscirono a rimontare lo svantaggio iniziale tagliando le drizze dei loro avversari: le vele di cuoio caddero, immobilizzando così i Veneti e permettendo ai Romani l’abbordaggio.

I militari: gerarchie e carriera

Carriere: il Cursus honorum [modifica]

Di fatto esisteva in questo ambito un capo supremo: l’imperatore. Egli era il vero trionfatore di ogni battaglia, anche se non era presente. Al generale vittorioso erano però concesse le insegne trionfali, gli ornamenta triumphales. Il princeps era assistito da uno “Stato maggiore” per le questioni militari, a partire dal prefetto del pretorio. I suoi più stretti collaboratori erano chiamati comites.

Augusto volle distinguere prima di tutto le carriere superiori dalle inferiori. Egli dettò dei parametri d’avanzamento che comunque, in particolare per l’ordine equestre, videro la loro completa definizione a partire da Claudio, se non dai Flavi.

Governatori

I governatori delle province imperiali erano nominati dal Princeps, con un mandato revocabile in qualsiasi momento:

  • il legatus Augusti pro praetore, proveniente dal cursus senatorio e di rango consolare pretorio, in relazione la numero delle legioni ivi presenti, da minimo di 1 un massimo di 3; nelle province presidiate 1 legione, essi erano rivestivano anche il ruolo di comandante di legione. I legati non possedevano un imperium proprio, ma delegato dal principe.
  • il procurator Augusti proveniente dall’ordine equestre, nelle province demilitarizzate o con la sola presenza di milizie ausiliarie; qualora avesse ricevuto in comando truppe legionarie, il suo titolo si modificava in procurator Augusti pro legato.
  • il praefectus Alexandreae et Aegypti, era un funzionario di rango equestre elevato, che governava la provincia imperiale d’Egitto. Egli aveva il comando in virtù di un imperium, similitudo proconsulis, delegato dal principe. Le singole legioni d’Egitto erano comandate anch’esse da un eques, con il titolo di praefectus legionis. A partire dal 135 d.C. circa, in Egitto rimase la sola legio II Traiana Fortis: fu l’unica provincia con una sola legione in cui il comandante di legione, in questa caso il praefectus legionis, non era anche il governatore.
  • un proconsole di rango pretorio, con una legione per la provincia d’Africa (sino a Caligola), nominato dal senato con un sorteggio. Il mandato era annuale; il proconsole possedeva un imperium proprio.
Ufficiali, sottufficiali e altre cariche

Nell’esercito romano non è possibile fare dei paragoni perfettamente calzanti riguardo agli ufficiali, in quanto questo termine identifica uno status elitario che solo i tribuni avevano partecipando al Consilio di Guerra. Al di sotto di essi vi erano i centurioni, ma solo il Primus_pilus, il capo dei centurioni di una legione, può essere a ragione considerato un ufficiale, mentre i normali centurioni possono essere annoverati nella schiera dei sottufficiali secondo la moderna terminologia.
Sotto i centurioni vi era un cospicuo gruppo di collaboratori tra cui l’Optio, il Tesserarius, il Signifer, il Cornicen, il Deganus.

Nell’elenco non può mancare il decurione equivalente del centurione nella cavalleria.

Tattica: armamento e disposizione/schieramento dell’armata

Armamento

L’equipaggiamento di un soldato romano al tempo dell’Impero non era molto differente da quello della Repubblica tarda. La maggiore disponibilità di risorse permise ai singoli soldati di procurarsi migliore armamento e si fa risalire a questo periodo la presenza massiccia di armature del tipo oggi conosciuto con il nome di Lorica Segmentata, che probabilmente esprime la massima evoluzione tecnologica nella parabola della Storia romana.
Benché la iconografia ci abbia consegnato talvolta, vedasi la Colonna Traiana esempi di estrema uniformità negli armamenti, è noto che nell’Esercito Romano l’eterogeneità negli armamenti era la regola.
Le differenze di armamento tra le truppe ausiliarie e quelle legionarie a cominciare dal periodo imperiale cominciano a scomparire: mentre nei primo secolo le truppe alleate mutuano gli armamenti dai romani, nel periodo tardo si assiste alla diffusione, tra le truppe legionarie ormai imbarbarite, di elementi tipici degli ausiliari gallici come la spatha che si sostituisce al gladio.

Era necessario vi fosse un forma di sinergia tra le diverse unità da combattimento:

  • la legione, che costituiva il nucleo centrale, la cosiddetta fanteria pesante, il nerbo dell’esercito romano era equipaggiata da un’armatura pesante (lorica), un grande scudo (scutum), un elmo dotato di protezioni per collo e orecchie, una spada (il famoso gladium, lungo circa 50-55 cm), il pilum (ovvero il giavellotto) ed una daga molto corta (pugio). Adatta ad un tipo di combattimento in pianura “in campo aperto”, poco e male si adattava ad un tipo di combattimento discontinuo in zone montane, contro predoni e banditi, quindi unità di piccole dimensioni e molto veloci nel dileguarsi.
  • le truppe ausiliarie, a loro volta suddivise in:
    • Ali di cavalleria, che potevano essere:
      • veloci e leggere, equipaggiate, pertanto, di armamento leggero (piccoli scudi, giavellotti da lancio, archi e frecce, un elmo ed un’armatura leggera a maglie), e reclutate in province specifiche, che per tradizione formavano un tipo di cavalleria di questo tipo, come i cavalieri provenienti da Numidia, Tracia e Gallia;
      • pesanti e “corazzate”, mobili anche se non velocissime, ovvero la cavalleria pesante “da sfondamento” (equipaggiate spesso con lunghe lance, armatura pesante, lunghe spade e grandi elmi), tra cui i famosi Catafracti orientali o le truppe sarmatiche.
    • Coorti di fanteria specializzata come arcieri (spesso di origine orientale), frombolieri (di origine iberica), ecc. in alcuni casi anche miste con unità di cavalleria come le cosiddette cohortes equitatae.

Disposizione delle armate di terra

I Romani generalmente si basavano su vari metodi in battaglia, che adeguavano in base al nemico ed al terreno dello scontro, ecc..

  • Nel combattimento in campo aperto, la cavalleria era solitamente posizionata alle ali. Le legioni erano posizionate nella posizione centrale, poiché come fanteria pesante, dovevano reggere lo scontro frontale delle unità nemiche. Erano protette alle spalle dall’artiglieria e da quelle truppe ausiliarie di fanteria specializzata nel lancio di dardi, frecce, ecc. (come arcieri, frombolieri, lanciatori in genere). Questa seconda linea serviva a decimare il nemico prima ancora che potesse prendere contatto con l’armata romana, come ben illustrato nel film de Il Gladiatore. Ed alle spalle dell’esercito schierato, magari su un promontorio, la guardia del corpo e l’Imperatore stesso.
  • Nel compiere un assedio erano utilizzate sia macchine, scale, torri per la scalata o la demolizione delle mura nemiche, sia unità di artiglieria pesante come Balliste, ecc. per colpire gli assediati da lontano. Spesso prima di cominciare un assedio, era eretto lungo l’intero percorso un Agger, ovvero un fossato ed un terrapieno a volte sormontato da una palizzata, per bloccare il nemico internamente, ed uno esternamente per difendersi da eventuali attacchi di nemici accorrenti in aiuto degli assediati. Era inoltre usata comunemente, una volta sfondata una porta della cittadella assediata, o per avvicinarsi a strutture fortificate evitando frecce e proiettili vari che lanciavano i difensori, la celebre formazione a Testuggine, così chiamata poiché i legionari posizionavano gli scudi affiancati l’uno all’altro ovunque, sia lateralmente, sia sopra la testa, creando un gruppo compatto completamente protetto.
  • Nello stabilire quale fosse il corretto ordine di marcia delle singole unità che componevano un’armata: la fanteria ausiliaria era mandata in avanscoperta; seguiva l’avanguardia composta da truppe legionarie, appoggiate da un corpo di cavalleria; dietro loro alcuni legionari muniti di attrezzi per la costruzione dell’accampamento al termine della giornata di marcia; seguivano gli ufficiali ed il Generale con scorta armata e guardia del corpo nel caso dell’imperatore (si trattava della guardia pretoriana); ancora un gruppo di legionari e cavalieri; poi muli carichi di armi da assedio smontate, oltre a bagagli ed alimenti; seguivano altre legioni, eventuali forze mercenarie o di popoli Clienti; e chiudeva la retroguardia composta da un grosso contingente di cavalleria.
  • Al termine della giornata era costruito un accampamento da campagna, per poter soggiornare la notte, protetti da eventuali attacchi notturni dei nemici della zona[12].

Strategia lungo le frontiere

L’esercito doveva essere disposto in ragione dell’importanza di un’area territoriale, rifacendosi a criteri di ordine economico, religioso, culturale e strategico militare. In generale le armate erano disposte lungo l’intero confine imperiale esterno per meglio difendersi da eventuali attacchi di popolazioni nemiche (come Germani, Parti, ecc.), ma servivano anche per civilizzare e “romanizzare” quelle province appena conquistate (diffondendo sia i principi amministrativi, giuridici, culturali imperiali, sia costruendo strade, ponti, strutture amministrative come Fori, palazzi del governatore, teatri, ecc.), e costituivano una sorta di “polizia” provinciale, per evitare possibili insurrezioni, rivolte interne (ad es. la Hispania Tarraconensis, conservò per quasi 100 anni ben tre legioni al suo interno].

Tacito ci tramanda che nel 23 d.C. 8 legioni erano posizionata sul Reno (tra Germania superiore ed inferiore), 3 in Hispania Tarraconensis, 2 nella provincia d’Africa, 2 in Egitto, 4 in Siria, 2 in Mesia e 2 in Pannonia ed infine 2 in Dalmazia, per un totale di 25.

E questi erano i settori strategici principali:

  • Il settore britannico a settentrione, che doveva difendere l’impero da eventuali attacchi delle popolazioni celtiche dell’attuale Scozia ed Irlanda, e germaniche provenienti dal Mare del Nord.
  • Il grande settore europeo di Reno e Danubio, il settore maggiormente presidiato da truppe (più della metà del contingente totale imperiale) al di là del quale si trovavano Germani, Sarmati e Daci (più sottomessi da Traiano tra il 101 ed il 106).
  • Il settore orientale, a contatto con l’altro grande impero dell’antichità (una specie di seconda superpotenza dell’epoca): prima i Parti, poi dal III secolo d.C., i Sasanidi.
  • Il settore Africano, in parte protetto dal deserto del Sahara, ma cosparso di numerosi popoli predoni, come i Musulami, i Nasamoni, i Garamanti, i Mauri, ecc. che spesso davano grossi problemi alle sole 3-4 legioni lasciate a presidio dell’intera zona.

Campi permanenti (forti e fortezze)

Lungo le frontiere erano disposti innumerevoli forti ausiliari e fortezze legionarie, concentrati nei settori strategici più importanti. Con Augusto cominciavano ad essere costruite le prime fortezze legionarie semi-permanenti, unitamente ai forti per le Truppe ausiliarie. Queste prime costruzioni erano costruite in legno sia internamente, sia lungo tutto il percorso esterno (palizzata e torrette incluse) del forte o fortezza. È solo con Tiberio che le nuove costruzioni cominceranno ad essere fatte di pietra. Erano disposte principalmente lungo i confini esterni imperiali, pur avendo mantenuto

L’imperatore Caracalla concesse un aumento del soldo di un altro 50% circa ai legionari, per un ammontare totale di 675 denari annui[13]. Egli, inoltre, con la Constitutio Antoniniana concesse la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero ad eccezione dei dedictii. L’obiettivo era quello di aumentare il gettito dei tributi nelle casse dell’erario, al fine di tentare di far fronte ai crescenti costi degli stipendi dei militari, necessari per il mantenimento delle frontiere.

Al regno di Severo Alessandro risalirebbero alcune importanti modifiche tattiche dell’esercito:

La crisi del III secolo [modifica]

L’imperatore Massimino il Trace iniziò il turbolento periodo dell’anarchia militare, che terminò solo con Diocleziano cinquant’anni dopo.

Solo in seguito al regno di Massimino il Trace iniziò la barbarizzazione dell’esercito romano. Con questo imperatore era aumentata l’importanza della cavalleria di origine germanica e di quella catafratta di origine sarmata, arruolata dopo aver battuto queste popolazioni durante le guerre del 235238. L’importanza della cavalleria andava così delineandosi a partire da questo imperatore, ancor prima della vera e propria riforma operata da Galieno. La preminenza della cavalleria se da un lato andava ad accentuare il carattere di maggior mobilità e “riserva strategica” del nuovo esercito romano nel su complesso, dall’altra riduceva le sue caratteristiche di esercito di “confine o sbarramento” che ne aveva caratterizzato il periodo precedente fin dai temi di Adriano[17].

L’imperatore romano Gordiano III, che aveva deciso di condurre una campagna contro il re dei Sassanidi, Sapore I (nel 243), per riprendersi i territori perduti pochi anni prima, portò tra le fila del suo esercito, anche un discreto numero di gentiles (volontari mercenari o foederati che provenivano da fuori dei confini imperiali), del popolo dei Goti e dei Germani del fronte renano. Il suo successore, Filippo l’Arabo, che probabilmente ordì la congiura contro Gordiano, licenziò i mercenari, preferendo pagare 500.000 denari ai Sassanidi piuttosto che continuare la campagna contro gli stessi, e generando tra i federati un diffuso malcontento per la sospensione del pagamento abituale del tributo. Cominciò così una crescente ostilità da parte dei Goti nei confronti dell’impero per oltre un ventennio[18].

La riforma di Gallieno

Resosi conto dell’impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell’impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera (detti appunto limitanei dal termine latino limes), Gallieno formalizzò e migliorò una pratica che si era già diffusa dalla fine del II secolo sotto Settimio Severo (con il posizionamento di una legione, la legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma), ovvero una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire dove serviva nel minor tempo possibile (detti comitatenses). In accordo con queste considerazioni, Gallieno attorno agli anni 264268 o forse poco prima,[19], costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell’esercito di Diocleziano), formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante, ovvero dotati di armatura (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae, gli equites Mauri[20] et Osroeni), poiché questi percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliarie. Ed ogni volta che i barbari sfondavano il limes e s’inoltravano nelle province interne, la “riserva strategica” interveniva con forza dirompente.[21] La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata, fu posta a Milano, punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali di Rezia e Norico. Si trattava di un’iniziativa resasi necessaria dalla perdita degli Agri decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale.[22]

I generali che comandavano questa forza, quindi, avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri augusti come Claudio II il Gotico o Aureliano ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori. Una predisposizione per la cavalleria dunque, che riguardava non solo le forze ausiliarie ed i numeri ma anche le legioni, dove il numero di cavalieri passò da 120 a 750 per legione.

La riforma di Gallieno toglieva ai senatori ogni carica militare; se in passato i comandanti delle legioni (legatus legionis) provenivano dal Senato a parte quelli che comandavano le legioni egiziane, ora provenivano dalla classe equestre (praefectus legionis). Gallieno non fece altro che formalizzare una pratica che già esisteva dall’epoca di Augusto relativamente alle legioni di stanza in Egitto ed ampliata con Settimio Severo, riguardo a quelle di stanza nella nuova provincia di Mesopotamia (come la I e III Parthica) ed in Italia presso il castrum sui colli Albani, a sud di Roma (Legio II Parthica).[23] Ciò potrebbe essere spiegato anche con il fatto che gli stessi senatori potrebbero essere ormai più interessati a vivere nel lusso delle loro ville in Italia, piuttosto che nelle ristrettezze che la vita militare nelle province richiedeva.

Questo punto della riforma, però, eliminò definitivamente ogni legame tra le legioni e l’Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati solo al loro tornaconto o al massimo alla provincia d’origine, ma non a Roma.

La nuova grande riforma della fine del III-inizi del IV secolo

La prima grande riforma di Diocleziano

Diocleziano riformò ed organizzò l’esercito romano che era uscito dalla grande crisi del III secolo. Alcuni suoi atti erano già stati in parte preceduti dalle trasformazioni volute dei suoi predecessori (in particolare Gallieno), ma Diocleziano impostò una organica riorganizzazione. Le nuove necessità difensive imponevano di puntare più che come in passato sulla “qualità” (un esercito ridotto nel numero ma ben addestrato e armato), sulla “quantità”. Inoltre fu necessario suddividere l’esercito in un numero maggiore di unità costituite da un numero minore di uomini, al fine di ridurne il peso politico che aveva spinto l’Impero nella rovinosa “anarchia militare” ed al fine di renderlo una macchina bellica più versatile. Le truppe, quasi il doppio dei precedenti effettivi, furono suddivise tra legiones, vexillationes ed auxiliae palatinae. Le prime erano eredi delle antiche legioni delle quali spesso portavano il nome (a titolo di esempio si pensi alla Secunda Britannica, ai Septimani o agli Octavani), erano costituite da 1000 – 2000 uomini forniti di armamento pesante ed in definitiva adatte agli scontri in campo aperto. Le seconde erano unità di cavalleria rese autonome dalla legione, costituite da circa 500 uomini, che rappresentavano l’elemento di eccellenza dell’esercito tardo – imperiale. Le ultime erano eredi delle unità ausiliarie di differenti origini etniche (a titolo di esempio si pensi agli Heruli ed ai Batavi) che dopo la constitutio antoniniana di Caracalla (212 d.C.) erano state integrate nell’Impero. In particolare le auxiliae palatinae erano costituite da circa 500 – 1000 uomini, generalmente con armamento leggero, più versatili delle legiones ed impiegabili anche in azioni di guerriglia e rastrellamento. Conseguentemente nel tardo – impero la distinzione tra legiones ed auxiliae divenne tecnico-tattica, più che basata sulla cittadinanza dei combattenti che vi militavano. Inoltre le legiones e le vexillationes erano distinte in palatinae (truppe scelte), comitatenses (riserva strategica mobile di pronto intervento, letteralmente “truppe itineranti” dal termine latino “comitatus“, che significa anche “carovana”) e pseudocomitatense (inviate ai confini in affiancamento ai guerrieri-contadino detti limitanei). Questo impianto fu conservato per tutto il IV e V sec., come documentato dalla Notitia Dignitatum, e sopravvisse almeno fino al VI secolo presso l’Impero Bizantino.

Il perfezionamento di Costantino

La guida dell’esercito era affidata a due comandanti: il magister peditum (per la fanteria) ed il magister equitum (per la cavalleria): i due titoli potevano tuttavia essere riuniti in una sola persona, e in questo caso la denominazione della carica diveniva quella di magister peditum et equitum o di magister utriusque militie.

Nell’evoluzione successiva il generale in campo svolse sempre più le funzioni di una sorta di ministro della guerra, mentre vennero create le cariche del magister equitum praesentalis e del magister peditum praesentalis ai quali veniva affidato il comando effettivo sul campo.

Costantino sciolse la Guardia Pretoriana ed affidò il compito di garantire la sicurezza dell’Imperatore alle Scholae Palatine ed ai Protectores Domestici. Queste due guarnigioni costituivano il cosiddetto “comitatus dell’imperatore”, distinto dal comitatus delle unità della riserva mobile di pronto intervento (legioni comitatenses ovvero “itineranti”) [24].

Periodo tardo-imperiale

Il soldato romano tardo-imperiale “tipo” indossava un elmo del modello Ridge (con una calotta costituita da due metà saldate insieme da una cresta metallica) oppure Spangenhelm (con una calotta conica costituita da sei piastre e piumaggio o crine alla sommità), la lorica hamata sopra ad una tunica a maniche lunghe (finemente ornata quella degli ufficiali). Solitamente brandiva uno scudo ovale o rotondo dipinto con lo stemma della sua unità, lo spiculum (simile al pilum) o la lancea. Appesa al cingulum (simile ad una cinta) portava la spatha.

Fanteria

Fanteria tardo imperiale durante la battaglia di Verona (312), Arco di Costantino (Roma)

I principali gradi gerarchici delle unità tardo-imperiali erano: tribunus (comandante), vicarius (vice-comandante), draconarius (colui che trasportava il draco e/o lo stendardo), bucinator (trombettiere), campidoctor (simile ad un sergente e forse al centurione), semissalis (veterano) e pedes (soldato semplice di fanteria).

Nelle unità di fanteria tardo-imperiali vi erano numerose specializzazioni: exculcatores (lanciatori di giavellotto), sagittarii (arceri), balistari (balestrieri o manovratori di piccole catapulte) e funditores (frombolieri). Gli stessi pedes, certamente meno disciplinati degli antichi legionari che avevano reso grande Roma, erano molto più versatili: trasportavano nell’incavo dello scudo cinque dardi (plumbatae). E tuttavia erano ancora in grado di mettere in pratica alcune manovre, oltre alla falange (solitamente di otto linee), quali il fulcum (simile alla testudo) e il cuneus. Tra le unità di fanteria migliori, a partire dall’epoca di Diocleziano, vi furono le legiones palatinae degli Ioviani e degli Herculiani. Il motto della fanteria tardo-imperiale, come ci viene descritto nello Strategikon era: “Silentium. Mandata captate. Non vos turbatis. Ordinem servate. Bando sequite. Nemo demittat bandum et inimicos seque“.

Dimensione dell’esercito nel corso della storia

L’esercito romano subì notevoli incrementi nel corso della sua storia, che potremmo così riassumere:

  • Epoca Regia: da 2 a 4 legioni, oltre ad un certo numero di alleati Latini;
  • Epoca Repubblicana:
    • Attorno alla metà del III secolo a.C. l’esercito romano era composto da un corpo di occupazione di Sicilia e Taranto (2 legioni di 4.200 fanti e 200 cavalieri ciascuna); due eserciti consolari (ciascuno composto da 2 legioni ad effettivi rinforzati, pari a circa 5.200 fanti e 300 cavalieri per ciascuna legione) ed un numero di soldati alleati pari a circa 30.000 armati (di cui 2.000 cavalieri) in servizio attivo permanente, mentre altri 90.000 costituivano una riserva, pronta ad intervenire all’occorrenza e suddivisa in: 50.000 tra Etruschi e Sabini (di cui 4.000 cavalieri), 20.000 Umbri e Sarsinati e 20.000 Veneti e Cenomani. Il totale complessivo poteva raggiungere, pertanto, le 150.000 unità, di cui solo 30.000 romane (6 legioni).
    • Durante la guerra contro Annibale l’esercito romano arrivò a contare ben 25 legioni (nel 212211 a.C.), dislocate in Spagna, Illirico, Italia, Sicilia, Sardegna, Gallia Cisalpina e di fronte alla Macedonia.
    • Alla morte di Caio Giulio Cesare vi erano 33 legioni in tutto il mondo romano, di cui ben 6 in Macedonia, 3 in Africa Proconsolare e 10 nelle province orientali. Non dimentichiamo che queste truppe erano estremamente mobili, tanto che i loro hiberna erano ancora rudimentali e poco più di un “campo di marcia”.
    • Al termine delle guerre civili tra Marco Antonio ed Ottaviano si contavano 60 legioni circa, pur se non a ranghi completi.
  • Epoca Imperiale:
    • All’epoca di Augusto le forze legionarie raggiungevano la ragguardevole cifra di 150.000, suddivise in 28 legioni (ridotte a 25 dopo la disfatta di Teutoburgo, e di altrettanti combattenti tra le truppe ausiliarie per un totale di 300.000 armati (di cui circa 30.000 armati a cavallo).
    • Sotto Traiano le legioni furono portate al numero di 30 (165.000 legionari circa), mentre il numero delle truppe ausiliarie era incrementato a ben 380 unità (per un totale di circa 190.000 ausiliari, di cui 50.000 cavalieri), superando la cifra totale di 350.000 armati.
    • Sotto Settimio Severo l’esercito romano superò le 400.000 unità complessive, con ben 33 legioni (pari a 180.000 legionari) e oltre 400 unità ausiliarie (pari a 225.000 ausiliari, di cui 70/75.000 armati a cavallo).
    • Con Diocleziano e poi Costantino l’esercito romano potrebbe aver raggiunto, come stimano alcuni autori moderni, includendo anche i Foederati, le 650.000/700.000 unità.

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