Le pene in “Gomorra”

Le pene in “Gomorra”.

Pena per i traditori (Pag. 129-130)

·Nell’estratto in questione Saviano ci fa capire con quale atrocità i clan camorristici puniscono i traditori. In questo caso la vittima era Giulio Ruggiero. Fu ammazzato per aver rivelato il nascondiglio del boss Cosimo Di Lauro.

La notte del 21 gennaio, la stessa notte dell’arresto di Cosimo Di Lauro, venne ritrovato il corpo di Giulio Ruggiero. Trovarono un’auto bruciata, un corpo al posto di guida. Un corpo decollato. La testa era sui sedili posteriori. Gliel’avevano tagliata. Non con il colpo di netto dell’accetta, ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature. Lo strumento peggiore in assoluto, ma proprio per questo il più plateale. Prima tagliare la carne poi scheggiare l’osso del collo. Dovevano aver fatto il servizio proprio lì, visto che per terra c’erano d’intorno scaglie di carne come se fosse trippa. Le indagini non erano neanche state avviate che in zona tutti sembravano essere sicuri che fosse un messaggio. Un simbolo. Cosimo Di Lauro non poteva essere stato arrestato senza una soffiata. Quel corpo mozzato era nell’immaginario di tutti il traditore. Solo chi si è venduto un capo può essere dilaniato in qualche modo. La sentenza è decretata prima che le indagini abbiano inizio. Poco importa se dica il vero o rincorra una suggestione. Quella macchina e quella testa abbandonate in via Hugo Pratt le fissai senza scendere dalla Vespa. Mi arrivavano ai timpani i dettagli di come avevano bruciato il corpo e la testa mozzata, di come avevano riempito la bocca di benzina, messo uno stoppino tra i denti cosicché dopo avergli dato fuoco avevano aspettato che l’intera faccia esplodesse. Accesi la Vespa e me ne andai.”

Pena per parole e fatti contro la Camorra (Pag. 251- 297 – 307)

·Don Peppino Diana, parroco di casal di Principe, aveva scoperto quel mondo sporco che era quello della camorra e aveva cercato di aiutare numerosi giovani ad uscirne. Don Peppino non poteva più tenere dentro di sé l’odio per il potere camorristico: voleva scendere per le strade, denunciare i fatti…e per questo lo ammazzarono.

Tenendo sulla punta della lingua lo strumento, l’unico possibile per tentare di mutare il suo tempo: la parola. E questa parola, incapace al silenzio, fu la sua condanna a morte.”

·Questo piccolo frammento ci presenta appunto quale fu la sua principale colpa: la parola.

L’ultima risposta. Cinque colpi che rimbombarono nelle navate, due pallottole lo colpirono al volto, le altre bucarono la testa, il collo e una mano. Avevano mirato alla faccia, i colpi l’avevano morso da vicino. Un’ogiva del proiettile gli era rimasta addosso, tra il giubbotto e il maglione. Una pallottola gli aveva falciato il mazzo di chiavi agganciato ai pantaloni. Don Peppino si stava preparando per celebrare la prima messa. Aveva trentasei anni.”

·Anche a Don Peppino era toccata una pena severa, solo per essere andato oltre il suo ambito specifico, quello religioso.

·Luigi Pellegrino, soprannominato da tutti Gigiotto, era il classico personaggio a cui piaceva spettegolare. Una volta gli capitò di parlare della moglie di un boss. Quest’ultimo non riuscì a sopportare un affronto del genere nei suoi confronti, così ordinò che fosse ucciso.

Un giorno Gigiotto stava camminando per il centro di Mondragone quando sentì il rumore di una motocicletta avvicinarsi un po’ troppo al marciapiede. Appena intuì la decelerazione del motore, iniziò a scappare. Dalla moto partirono dei colpi ma Gigiotto, zigzagando tra i pali della luce e persone, riuscì a far scaricare l’intero caricatore al killer che stava ancorato dietro la schiena del motociclista. Il motociclista così dovette rincorrere a piedi Gigiotto che si era rifugiato in un bar tentando di nascondersi dietro il bancone. Tirò fuori la pistola e sparò alla testa davanti a decine di persone che un attimo dopo l’omicidio si dileguarono silenziosi e veloci.” (Pag. 297)

·Il giorno di Ferragosto tre ragazze si stavano preparando per la partenza quando videro arrivare un ragazzo di corsa, capendo così che il rumore appena udito era quello di un’automatica. Tutte si sdraiarono a terra coprendosi il volto per cercare di non essere viste dal killer e quindi evitare di testimoniare. Una di questa invece continuò ad osservare ciò che stava succedendo. Era una giovane maestra. Testimoniò, fece riconoscimenti e denunciò l’agguato.

Eppure questa confessione le ha reso la vita difficile, è come se avesse impigliato il filo di un gancio e l’intera sua esistenza si fosse sfilacciata assieme al procedere della sua coraggiosa testimonianza. Stava per sposarsi ed è stata lasciata, ha perso il lavoro, è stata trasferita in una località protetta con uno stipendio minimo passatole dallo stato per sopravvivere, una parte della famiglia si è allontanata da lei, e una solitudine abissale le è crollata sulle spalle. Una solitudine che esplode violenta nel quotidiano quando si ha voglia di ballare e non si ha nessuno con cui farlo, cellulari che suonano a vuoto e amici che lentamente si diradano sino a non farsi sentire più. Non è la confessione in sé che fa paura, non è l’aver indicato un killer che genera scandalo. Non è così banale la logica d’ omertà. Ciò che rende scandaloso il gesto della giovane maestra è stata la scelta di considerare naturale, istintivo, vitale poter testimoniare.” (Pag. 307)

Pene per relazioni:

·In “Gomorra” sono presenti episodi nei quali sono raccontate certe relazione in cui, al posto del diretto interessato (boss o affiliati), pagano le persone che avevano legami amorosi (in alcuni casi già terminati) o familiari.

“…Quel corpo era di Gelsomina Verde, una ragazza di ventidue anni. Sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca sparato da vicino che le era uscito dalla fronte. Poi l’avevano gettata in una macchina, la sua macchina, e l’avevano bruciata. Aveva frequentato un ragazzo, Gennaro Notturno, che aveva scelto di stare con i clan e poi si era avvicinato agli Spagnoli. Era stata con lui qualche mese, tempo prima. Ma qualcuno li aveva visti abbracciati, magari sulla stessa Vespa. In auto assieme. Gennaro era stato condannato a morte ma era riuscito a imboscarsi, chissà dove, magari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammazzato Gelsomina.” (pag 96/97)

·Corteggiare una ragazza imparentata con un boss o con un affiliato poteva risultare pericoloso…

Domenico Bidognetti aveva ordinato l’eliminazione di Antonio Magliulo nel 2001, perché aveva osato fare avances, nonostante fosse un uomo, a una ragazza, cugina di un boss. L’avevano legato a una sedia, su una spiaggia, e dinanzi al mare avevano iniziato a imbottirgli la bocca e le narici di sabbia. Per respirare Magliulo inghiottiva e sputava sabbia e cercava di soffiarla fuori dal naso. Vomitava, masticava, agitava il collo, impastava con la saliva la rena creando una specie di primitivo cemento, una materia collosa che lentamente lo affogò.” (Pag. 224)

·La predica di Don Peppino mette in luce le grandi paure di tutte le famiglie.

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra (…). La camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.” (Pag. 245)

Pene per droga (Pag. 299-300)

·Hussan Fakry, era un ragazzo egiziano che lavorava come guardiano dei porci a Mondragone. Divenne eroinomane e poi incominciò a spacciare in città. Mondragone però è una città senza nessuna piazza di droga e questo ragazzo, spacciando, intralciava i traffici dei La Torre…così decisero di eliminarlo.

Appena Hassa Fakry comprese che lo stavano per ammazzare ebbe una strana reazione allergica. Come se la paura avesse innescato uno shock anafilattico, il corpo iniziò a gonfiarsi; pareva che qualcuno gli stesse pompando violentemente aria. Lo stesso Augusto la Torre quando raccontò la cosa ai giudici era esterrefatto di quella metamorfosi: gli occhi dell’egiziano si fecero minuscoli come se il cranio li stesse risucchiando, i pori buttavano fuori un sudore denso, di miele, e dalla bocca gli usciva una bava ricotta. Lo uccisero in otto.”

Accuse: (Pag. 221- 201)

Molti uomini erano stati sbattuti per un po’ di anni in carcere, dei boss non sarebbero più usciti di galera per tutta la loro vita , qualcuno magari avrebbe col tempo deciso di pentirsi e riprendersi così un po’ di esistenza fuori dalle sbarre.” (Pag. 221)

·Riguardo alle accuse si può riprendere l’episodio della giovane maestra, analizzando però l’accaduto del killer.

Al processo scaturito dalle testimonianze della maestra venne condannato all’ergastolo Salvatore Cefariello, ventiquattro anni, killer considerato al soldo di clan ercolanesi.” (Pag. 306)

·Anche le persone di un certo rango a conoscenza della legge hanno commesso reati di camorra, quindi anche autorità come sindaci, hanno collaborato con quest’ultima.

Nel 2002 venne arrestato un avvocato, Francesco Magliulo, legato secondo le accuse al clan Mazzarella, la potente famiglia di San Giovanni a Teduccio con un pied-à-terre criminale nella città di Napoli, al quartiere Santa Lucia e Forcella.” (Pag.201)

Collaborazione con la giustizia e con la camorra.

·Emanuele, un ragazzo di appena quindici anni che abitava a Parco Verde, fu ammazzato dai carabinieri con 11 colpi di pistola poiché ogni week-end, con altri suoi amici si divertiva a rapinare alcune coppiette che si appartavano, con una pistola giocattolo. Le famiglie di Parco Verde fecero una colletta per costruire un altarino a Emanuele. Questa cosa però suscitò molto fastidio al sindaco, il quale diede l’ordine di abbatterlo. Tutta la cittadinanza gli si voltò contro fino a che non arrivarono i boss…

Ma poi giunse qualcuno, da non troppo lontano. Tutto era circondato da auto della polizia e dei carabinieri, ma un fuori strada nero riuscì a superare le barricate. L’autista fece un cenno, qualcuno aprì la portiera e un gruppetto di rivoltosi entrò. In poco più di due ore tutto venne smantellato. Si tolsero i fazzoletti dalla faccia, lasciarono spegnere le barricate di spazzatura. I clan erano intervenuti, ma chissà quale.” (Pag.31)

Mio padre aveva fatto servizio nelle ambulanze, come giovane medico,, negli anni ’80. Quattrocento morti l’anno. In zone dove si ammazzavano anche cinque persone al giorno. Arrivava con l’autoambulanza, quando però il ferito era per terra e la polizia non ancora arrivata non si poteva caricarlo. Perché se la voce si spargeva, i killer tornavano indietro, inseguivano l’autoambulanza, la bloccavano, entravano nel veicolo e finivano di portare a termine il lavoro.” (Pag. 189-190)

·Una volta questo caso toccò anche al padre di Saviano. Aveva trovato un ragazzo di appena diciotto anni, ferito al torace; lo volle salvare: lo caricò sull’autoambulanza e fu trasportato in ospedale, dove fu salvato. Quella stessa notte i killer lo picchiarono a sangue, perché loro avevano deciso che quel ragazzo doveva morire.

IL MESSAGIO ERA CHIARO, NESSUNO PUO’ SCHIERARSI CONTRO LA CAMORRA.”

(Pag. 259)

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