Biblioteca Centrale

La prima raccolta pubblica fu quella privata di Antonio Magliabechi del 1612 che aveva una sua biblioteca personale ed era il bibliotecario di quella palatina. Alla morte del Magliabechi il fondo venne suddiviso in 40 classi (abachi, grammatica, geografia, poesia…). Egli nel suo testamento rivelò il desiderio che la sua biblioteca diventasse una collezione aperta alla popolazione fiorentina (una cerchia) e la lasciò in mano alla famiglia Medici di Firenze (proprietari della palatina). L’ultima loro rappresentante Anna Luisa de Medici, nel testamento destinò la biblioteca alla famiglia Lorena, con un significativo passaggio dalla proprietà dei Granduchi di Firenze a quella dei Granduchi di Toscana. La magliabechiana e la ducale vennero unificate nel 1791. Il possesso della Palatina significava controllo politico, giuridico e manipolare la cultura locale. Fu emanata poi la legge del “diritto di stampa”: nel 1726 prevedeva che una copia di tutto ciò fosse stato stampato nel Granducato di Toscana dovessero essere consegnata alla biblioteca; dal 1870, comportava lo stesso ma venne estesa a tutto il Regno d’Italia. La biblioteca acquistò anche i volumi dei conventi soppressi. Nel 1966 venne allagata a causa dello straripamento dell’Arno; l’acqua penetrò da sotto e abbatté tutti gli scaffali riempiendoli di fango e nafta. Ogni scheda del catalogo cartaceo (che differenzia una biblioteca pubblica da privata) e ogni libro furono ripuliti uno a uno; attualmente mancano 18.000 volumi da restaurare. Il catalogo fu scritto a mano fino agli anni Sessanta, poi a macchina fino al 1986 e da ì a computer (attualmente solo 1\3 dei libri è registrato on-line). A Firenze il fondo è importante per la quantità ma anche per l’antichità di certi volumi. Fu costruita in epoca umbertina secondo lo stile eclettico (stile che si sviluppò dal 1980-1990 che consisteva in un’impersonale rielaborazione e assemblaggio degli stili del passato). Il nucleo originario fu quello della biblioteca agli Uffizi: conteneva perlopiù volumi di storia dell’arte e riempiva delle gallerie oggi destinate a museo. Le istituzioni per la conservazione dei musei decretarono di lasciare ogni città dotata del proprio patrimonio artistico e da lì il patrimonio si accrebbe. Quando Roma divenne la capitale d’Italia venne fornita di una biblioteca nazionale.

SALE

Sala di lettura generale, era prima un magazzino aziendale, poi fino al 1990 divenne un deposito di giornali e riviste alluvionati. Successivamente fu adibita a sala cataloghi. Sopra a ogni porta c’è un busto (Galileo e Dante) che dimostra non solo l’importanza della cultura umanistica, ma anche di quella scientifica. Infatti, Antonio Targioni Tozzetti, il primo bibliotecario della Magliabechiana era un medico. Vi possono accedere solo le persone che devono compiere una ricerca specialistica (destrutturazione catalografia, smontare il catalogo moderno per risalire alla collezione più vecchia,…). Dispone dell’apparato generale per lo studio delle discipline.

MANOSCRITTI

Traduzione di Leonzio Pilato di Omero

Il greco nel Medioevo si era inabissato per poi essere ripreso e riscoperto con l’Umanesimo.

Nel 1453 la caduta dell’Impero Romano d’Oriente diede un forte impulso alle traduzioni di testi greci. Il traduttore fu spinto a tradurre da Boccaccia e Tetrarca. Egli proveniva dall’Italia Meridionale (Magna Grecia) dove si parlava una sorta di “neogreco” rispetto a quello classico e per questo la traduzione fu forviarla dall’evoluzione della lingua.

Nel testo latino in corsivo ci sono le cosiddette manicure, una specie di indice puntato che rileva il test. In quello greco invece c’è il sistema dei 3 punti che corrispondono ai nostri asterischi.

Manoscritto di Gomezio impiccato.

Gomezio fu l’autore della riforma degli ordini monastici toscani che a suo avviso esigeva un ritorno alle origini. Gestisce un monastero e regge la Badia Fiorentina (1420-1430). Raccoglie testi clericali, cerimoniali ma anche fondi classici. Acquista la biblioteca dell’umanista Antonio Corbinelli. Secondo gli studi è un manoscritto più antico del 1400 e vi compare un disegno con Gomezio impiccato sul patibolo di chi ha pensato di ucciderlo per la sua riforma. La sovrasta la scritta

Codice miniato con l’immagine di un cardinale che benedice dalla finestra.

Si pensa che la città rappresentata sia Gerusalemme terrena o celeste.

Commedia di Francesco Dab(v)uti

Si trova nel catalogo dei Conventi Soppressi in cui ogni codice è descritto esternamente e dal punto di vista dei contenuti.

Nel 1406 Senola Giovannino de Grassi attua la rigatura a colore con punta d’argento.

E’ scritto su dei bifogli sciolti e i fascicoli seguono la regola di Gregory: ogni fascicolo prevede il primo foglio dal verso della carne, il secondo da quello del pelo, il terzo della carne e l’eventuale quarto verso del pelo.

Ogni foglio è squadrato a 1\2 colonna e contiene una commedia di Francesco Davuti ricopiata da Antonio di Nicolao (c’è una nota che dice: 139(0) scritto da Antonio di Nicolao). Ci sono delle miniature e non aveva inizialmente una copertura. Poi per sicurezza sono stati aggiunti dei fermagli di legno.

Lettera di Galileo Galilei a Madonna Cristina da Lorena

E’ il volume più piccolo della BCN, del 1826.

Manoscritti moderni del 1600.

Non ci sono oggetti simbolici della reverenza. Quasi tutti gli autografi galileiani sono alla BCNF. Pochi altri sono a Pisa e a Padova. Le Carte Galileiane alla morte di Galileo passarono a Venconzo Viviani che aveva il compito di conservarli; quando anch’egli morì senza eredi, le carte furono disperse. Quando la Biblioteca venne venduta ai Granduchi nel 1800, Ferdinando III Lorena la costituì in BCN e i 345 manoscritti di Galileo vennero divisi nel 1780 in: corpo di Galileo (100), anteriori di Galileo (padre), discepoli, contemporanei, Accademia del Cimento e di Leopoldo De Medici.

Manoscritto del periodo padovano di Galilei.

A Padova aveva una bottega dove costruiva strumenti geometrici.

Bacchetta di appunti del Sidereus Nuncius (1610)dove sono presenti conti e spese del laboratorio, una discussione su Saturno risolta solo nel 1500 con il perfezionamento del cannocchiale, e un trattato sui tre satelliti di Giove. Era destinato al duca Cosimo II: parla delle sue osservazione e scoperte

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